Quando parliamo di “storia dell’autismo” parliamo in realtà di “storia della diagnosi” di autismo.

Persone autistiche probabilmente sono sempre esistite, ma le loro particolari modalità di sviluppo non venivano identificate come una sindrome precisa e i loro comportamenti erano visti semplicemente come strani, inadeguati o devianti.

Solo nel 1943 Leo Kanner, medico tedesco che esercita la professione di pediatra negli Stati Uniti, descrive su una rivista scientifica il comportamento di 11 bambini di età tra i due e i dieci anni, che aveva osservato a partire dal 1938. Tre di questi bambini erano muti, ma anche gli altri avevano difficoltà di comunicazione.

L’articolo si intitola Disturbi autistici del contatto affettivo”.

Kanner descrive non solo i comportamenti, ma anche la storia di questi piccoli pazienti, alla ricerca di possibili cause e per rilevare l’evoluzione del loro sviluppo nel tempo. Alcuni erano stati in precedenza diagnosticati come schizofrenici, a causa della loro marcata tendenza all’isolamento e alla presenza di comportamenti ossessivi e stereotipati. Ma Kanner non condivide queste diagnosi, soprattutto sulla base di una descrizione attenta del rapporto che questi bambini hanno con gli oggetti. La relazione con le cose è definita da Kanner come di per sé “intelligente”, ma generalmente funzionale a mantenere l’isolamento dalle persone, come se volessero vivere in un mondo per loro rassicurante, fatto di cose inanimate.

L’articolo è importante perché, anche se l’autore non è in grado di spiegare le cause né consigliare rimedi, per la prima volta riconosce una malattia diversa dalle altre e invita il mondo scientifico a studiarla, pur sapendo che è molto difficile comprendere e misurare i tratti emotivi ed emozionali delle persone.

Nel 1944 Hans Asperger pubblica “Gli psicopatici autistici” dove descrive un gruppo di pazienti che, diversamente da quelli di Kanner, mostrano buone capacità di linguaggio ma risultano deficitari nella comunicazione non verbale e sono privi di empatia verso i loro interlocutori.

Negli anni successivi sono stati realizzati diversi studi e osservazioni, ma a tutt’oggi non si conoscono in modo certo le cause di questa condizione.

Per molti anni purtroppo ha avuto molto successo una teoria di origine psicoanalitica, che ne attribuiva la responsabilità alle madri, accusate di essere state troppo fredde, di aver rifiutato il proprio figlio o di non saputo stabilire una relazione con il neonato fin dalle prime fasi di vita. Questa teoria infondata è oggi completamente superata, ma ha provocato dolore e vergogna in molte famiglie, aumentando la sofferenza di persone che avevano invece bisogno di serenità per aiutare i propri figli

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